IT'S ALL SO QUIET
L'inverno ed il riposo come momento di presenza e trasformazione personale, a partire dalla fiaba
Nei giorni di fine dicembre, proprio in concomitanza con l’inizio dell’inverno, me la sono dovuta vedere con una distorsione importante ad una caviglia, avvenuta in un momento culmine degli eventi artistici e lavorativi di questo mio 2025. Ho quindi sperimentato una sorta di riposo forzato, nei giorni che dal solstizio arrivano fino all’Epifania: ho avuto modo di immergermi nel senso profondo del riposo, della quiete e ne ho scritto, facendo riferimento alla fiaba ed agli archetipi femminili. Buona lettura!
Nelle fiabe europee ricorre spesso l’immagine di giovani protagoniste immerse in una quiete incantata: la lunga notte de La Bella Addormentata nel bosco, l’attesa operosa di Vasilisa la Bella accanto a Baba Jaga, il soggiorno ultraterreno e domestico di Frau Holle (Madre Hulda). In questi racconti, riposo e attesa sono fasi decisive di un percorso trasformativo. La protagonista sembra non agire — dorme, aspetta, svolge compiti ripetitivi — ma proprio lì, in quel tempo sospeso, matura qualcosa che cambia tutto.
Il caso più evidente è La Bella Addormentata: il sonno la trattiene per cent’anni in una bolla temporale. Nella versione dei Grimm, il principe non conquista il castello con un’impresa: arriva quando è il momento. I pretendenti precedenti falliscono, imprigionati dal roveto in cui muoiono miseramente: come se la fiaba dicesse che, a volte, non c’è scorciatoia, bisogna attendere che il tempo faccia il suo lavoro. Solo allo scoccare del centesimo anno i rovi si aprono e fioriscono: il regno riparte perché la soglia è stata attraversata. Anche Biancaneve mette in scena un sonno simile alla morte prima del ritorno: un’interruzione totale che precede una nuova identità.
Simboli di cicli, soglie e fili del destino
Le fiabe raccontano questo riposo attivo con simboli spesso legati all’universo femminile tradizionale. Il fuso e il filare tornano sia nella Bella Addormentata (il fuso che punge) sia in Frau Holle (il fuso che cade nel pozzo). Il filo rimanda al tempo ciclico e al destino che si dipana: nelle mitologie antiche il filo è la vita stessa (le Parche lo filano), e una puntura può segnare uno strappo nel tessuto del tempo.
La principessa si addormenta a quindici anni: un’età che è una soglia. Il sangue sul dito può suggerire il menarca, l’ingresso nella pubertà: il tempo si ferma finché la trasformazione non compie il suo corso. In alcune letture ottocentesche, La bella addormentata diventa persino allegoria dei cicli naturali: un lungo inverno (stasi, buio, coltre) prima della primavera. Anche se questa chiave oggi può sembrare datata, resta potente l’idea di fondo: la vita è fatta di stagioni, e non tutte chiedono azione.
Un altro simbolo decisivo è la soglia fra mondi, spesso un pozzo o una discesa. In Frau Holle, la ragazza si getta nel pozzo per recuperare il fuso e finisce in un altrove dove il tempo ha altre regole. Il pozzo è un portale verso una dimensione più profonda: discesa nel grembo della terra, luogo di morte e rinascita. Nel reame di Hulda tutto è iniziatico: il forno da cui estrarre il pane, il melo da scuotere, il piumino da battere perché nevichi. Sono immagini domestiche e cosmiche insieme: il forno come utero del nutrimento, l’albero che rilascia frutti maturi, la neve che copre e protegge.
Frau Holle incarna la duplicità del femminile selvatico: benevola e terribile, signora del focolare e forza invernale, legata a cicli e destino. Incontrarla significa confrontarsi con la Grande Madre in tutte le sue facce — creazione e distruzione, cura e severità — e riemergere trasformate.
Immersione, presenza e nutrimento interiore
A ben vedere, molte fiabe mostrano che proprio durante il riposo o le mansioni ripetitive avviene un lavoro interiore. È qualcosa che oggi potremmo chiamare presenza: essere davvero dentro ciò che si fa, anche quando sembra piccolo, ordinario, invisibile.
In Vasilisa la Bella la protagonista vive un’apparente immobilità sociale (viene mandata nel bosco dalla matrigna e dalle sorellastre), ma sotto la superficie di questo perdersi ed inoltrarsi nel bosco si muove un’intera iniziazione. Vasilisa ha una bambola magica donata dalla madre: va nascosta e soprattutto nutrita con un po’ di cibo. La bambola è il nucleo della sua forza: l’intuizione, una sapienza istintiva ereditata. Vasilisa affronta Baba Jaga non con armi o astuzie eroiche, ma con fiducia nella propria voce interna. Nella capanna della strega svolge compiti umili e ripetitivi — separare semi, pulire, cucinare — che diventano prove iniziatiche.
Secondo Clarissa Pinkola Estés, questi compiti insegnano il discernimento (separare ciò che nutre da ciò che intossica), l’alleanza con un sapere non puramente razionale, e soprattutto il confronto con la Strega Selvaggia: l’ombra del femminile, la sua potenza non addomesticata. La bambola guida Vasilisa in silenzio: lei la nutre, le fa domande, riceve indicazioni. Il nutrimento è reciproco: Vasilisa alimenta l’intuito e l’intuito alimenta Vasilisa. È una forma di cura di sé in codice fiabesco: restare centrate, presenti, alimentare il fuoco interno mentre fuori sembra che nulla accada.
Alla fine, Vasilisa ottiene un tesoro di fuoco — un teschio ardente — che brucia le ingiustizie e illumina il cammino. Torna trasformata: non più ragazza spaurita, ma donna capace di costruirsi una vita. L’attesa attiva è stata una gestazione invisibile.
Oltre la passività
E’ vero che, ad una prima lettura, molte eroine sembrano esaltare una femminilità passiva — belle, buone, in attesa che un intervento esterno (spesso maschile) dia senso alla loro storia. In alcune versioni de La Bella Addormentata e Biancaneve il risveglio avviene per iniziativa del principe: un passaggio enorme, dalla fanciulla alla donna-sposa, compiuto senza azione e senza consenso della protagonista. Maria Tatar nota come già il nome Sleeping Beauty definisca il personaggio per bellezza e immobilità; e come in Perrault e soprattutto in Disney la principessa diventi quasi un oggetto dello sguardo.
Eppure le fiabe sono stratificate: negli ultimi decenni molte studiose hanno provato a rileggere attesa e inattività non solo come imposizione patriarcale, ma anche come spazio simbolico complesso. Estés vede in Vasilisa un’iniziazione all’autonomia interiore; Marie-Louise von Franz interpreta il lungo sonno di Rosaspina come un ritiro necessario: un tempo in cui la psiche integra ciò che è stato escluso. La fata dimenticata — quella che maledice — può rappresentare proprio l’energia femminile rinnegata: rabbia, eros, potere distruttivo. Il sonno diventa così una sospensione che permette la trasformazione.
Infine, la riabilitazione del riposo ha anche un peso politico contemporaneo: in una cultura che premia produttività e visibilità, rallentare e stare in presenza può diventare un gesto controcorr. Possiamo dunque pensare al riposo come forma di resistenza alle logiche che consumano i corpi — soprattutto quelli femminili. In questo senso, figure come la Bella Addormentata, ovvero Rosaspina, possono incarnare la necessità di un tempo di quiete per rigenerarsi e sottrarsi alle richieste del mondo. Molto dipende da come raccontiamo queste storie: affiancare alle letture tradizionali nuove narrazioni significa restituire al femminile una forza che può esistere anche nella quiete — una forza che sa attendere senza subire.
E forse è proprio questo, oggi, il punto: il riposo come stato in cui si assimila, si ascolta, si prepara il terreno. Le fiabe lo dicono da secoli con il linguaggio del simbolo. Sta a noi raccogliere questa eredità e usarla per riscrivere la nostra storia: concederci tempi di bozzolo, di soglia, di immersione in ciò che amiamo — perché anche da lì nascono le trasformazioni più profonde.
Fonti
Alberto Nicolino, Le fiabe e il tempo dell’attesa, Diotima (2021).
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli (1993).
Raya Goldstein, Mother Hulda: What Fairytales Teach Us About The Wild Woman Archetype, Beyond Psychology (ottobre 2022).
Laura Ghianda, The Brave – Un altro femminile nelle fiabe, Teasofia (26 febbraio 2015).





